Viaggi nel tempo: la Sacra di San Michele

Viaggi nel tempo: la Sacra di San Michele

Piemonte. Sulla cima del Monte Pirchiriano, a quasi mille metri di altezza, l’Abbazia di San Michele della Chiusa domina tutta la Val di Susa.

Fondata con ogni probabilità tra il 983 e il 987 per un voto di penitenza che Papa Silvestro II impose al nobile francese Ugo de Monvoisier, che, per obbedire,  comprò il monte e i terreni circostanti dal marchese Arduino d’Ivrea e fece iniziare la costruzione del corpo centrale. Alla Sacra di S. Michele, questo il suo antico nome,  si sono aggiunti nei secoli successivi il Monastero Nuovo, la Nuova Chiesa e la Torre della Bell’Alda. A metà dell’XI secolo venne affidata ai Benedettini. In questo periodo fu costruita la Foresteria come luogo di sosta per i pellegrini. L’Abbazia rappresentò un centro di cultura, in quanto possedeva una biblioteca molto fornita, e aveva un grande potere  grazie alla sua posizione strategica. Per un certo periodo fu anche fortezza ad uso militare. Ebbe un secolo  di massimo splendore poi, lentamente, cominciò la decadenza.

Nel 1397 il Papa concesse ad Amedeo VI di Savoia il controllo sull’Abbazia che ne affidò il compito a un commendatario che ne sfruttò fino in fondo le potenzialità economiche. Da quel momento l’Abbazia non ebbe più il suo ruolo. Smise di rappresentare sia la cultura sia l’economia della zona. Alla fine, nel 1622, ci fu la soppressione della comunità benedettina. Nel corso del Seicento e del Settecento la Sacra rimase disabitata e fu più volte saccheggiata dalle truppe  di passaggio. Nel 1836 Papa Gregorio, su richiesta di Re Carlo Alberto, nominò amministratore del complesso i Padri Rosminiani.

Oggi la Sacra di San Michele è riconosciuta, per legge, come Monumento Simbolo del Piemonte.

I pellegrini che scendono dal monte dopo aver visitato l’Abbazia hanno sempre l’impressione di essere entrati in un’altra dimensione: quella del silenzio rotto solo dal frusciare del fogliame o il raglio dell’asino o gli zoccoli di un cavalli sulla strada sterrata.

E’ di quel periodo, epoca medievale, la nascita di un piatto simbolo del Piemonte: la “bagna cauda”. Una ricetta che ha alla base le verdure e gli ortaggi di stagione. I vignaioli la preparavano  per festeggiare la spillatura del vino. Come si fa la “bagna cauda” ?  L’aglio, l’alleato di molti piatti, deve essere tagliato a fettine sottili e poi messo in un tegame con un po’ di olio a fuoco basso…se la fiamma è alta poi diventa amaro! Si aggiungono le acciughe mondate dal sale e fatte rinvenire nel vino rosso e si fa cuocere per un po’. Ora si passa alle verdure: cipolle, patate, barbabietola e peperoni vanno arrostiti in forno. Mentre le verdure che possono essere consumate crude si lasciano così.

E si va a tavola, con la bagna cauda obbligatoriamente servita nel “fujot”, un recipiente in terracotta o rame con sotto una fiammella in modo da tenere caldo l’intingolo. Un piatto semplice, povero, ma ricco di sapori, che per un momento  fa vivere nel Medioevo, quando tutto era più semplice e il legame con la natura l’unico possibile.

Maria Noce Forti

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