Vallombrosa: storia e sapori

Vallombrosa: storia e sapori

Può sembrare l’inizio di una favola ma è, invece, il racconto di una scoperta: l’abbazia di Vallombrosa. Percorrevo un lungo viale alberato quando cominciai a sentire il profumo inconfondibile dell’aglio che soffrigge. Da quel momento  mi astrassi un attimo da ciò che mi circondava, per annusare l’aria che pian piano sprigionava profumi diversi. Erbe selvatiche saltate in padella…ecco a cosa serviva l’aglio! E poi il pecorino, e quell’odore di pasta sfoglia che si sta cuocendo, fino a raggiungere una doratura perfetta. Insomma qualcuno laggiù stava preparando un fantastico timballo di pasta.

Senza accorgermene ho accelerato il passo, la curiosità sempre più forte. In pochi minuti sono arrivata a destinazione. Vallombrosa, una meraviglia a due passi da Firenze nel comune di Reggello, è una Riserva Naturale dominata da un bosco di abeti bianchi secolari. E’ un posto unico, tenendo conto che questo albero non nasce spontaneamente nell’Appennino. Mentre cammino guardo all’insù verso le cime di questi abeti bianchi,  e il mio naso continua a captare odori provenienti dalla cucina dell’Abbazia.

Eccomi arrivata nel monastero benedettino. In origine una piccola capanna di legno, che divenne poi l’Abbazia odierna, voluta dal monaco fiorentino Giovanni Gualberto nel 1035. Gualberto si era allontanato dal lusso per dedicarsi a una vita semplice, fondata sui valori della povertà, meditazione e lavoro. E così è rimasto lo stile di vita dell’Ordine benedettino. I monaci erano, e sono tuttora, dediti alla preparazione di farmaci e medicinali naturali. Si nutrono di ciò che il terreno offre. Erbe selvatiche di ogni genere, pronte all’uso con un po’ di immaginazione. Bastano delle uova, un po’ di pecorino, sale e pepe. Non ci dobbiamo assolutamente dimenticare dell’olio che, qui nelle colline di Reggello, nasce da oliveti presenti fin dal XIV secolo. I monaci si preparano il pasto: tortini di pasta sfoglia alle verdure selvatiche. Un tripudio di profumi che raggiunge il suo culmine quando arriva a mescolarsi con il profumo  della pasta sfoglia che quasi  scappa dal forno a legna  e arriva  direttamente al naso avvertendoti che il pasto è pronto.

Oggi nell’ Abbazia vivono dieci monaci, e a farci da guida è proprio uno di loro che ci svelerà tutti i segreti del luogo. Dopo un primo oratorio costruito in legno, la comunità vallombrosana poté passare a una chiesa in pietra (1058), sostituita da un edificio più ampio negli anni 12241230, mentre anche il monastero prendeva corpo e volume. Dopo una fase di grandi lavori nel corso del secolo XV, – cui si devono il chiostro grande, la sacrestia, la torre, il refettorio con la cucina – e dopo una lunga serie di incendi e ricostruzioni, è nel Seicento, con ulteriori perfezionamenti nel primo Settecento, che la chiesa assume l’aspetto omogeneo e sontuoso che possiede ancora oggi.

Nel 1713, su richiesta dei Vallombrosani, il monastero fu elevato ad Abbazia e il suo primo abate fu Giovanni Francesco Luci. Tuttavia, l’imponente patrimonio artistico accumulato nel corso dei secoli ha subito un notevole depauperamento a seguito della soppressione napoleonica dei conventi (1808) e alla demanializzazione della proprietà in epoca sabauda (1867); solo dal 1949, infatti, i Vallombrosani sono tornati a prendere possesso del monastero.

L’Abbazia è  in stile romanico-barocco ed esibisce alte mura e una torretta di avvistamento. Dall’aspetto esterno severo, ci si addentra però in una meravigliosa Chiesa in stile barocco che presenta volte decorate con affreschi bellissimi. Qui regna pace e serenità, ciò che serve per ammirare una vita semplice, dove anche il mangiare si prepara con ciò che la natura offre. Poi mi inoltro nella cucina cercando di carpire qualche segreto, qualche ricetta. Tutto mi viene offerto con un sorriso. Non ci sono segreti ma solo buon senso e fantasia.

 

Maria Noce Forti

 

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