Ubriachi di tecnologia

Ubriachi di tecnologia

Un tram di Roma,due ragazzi sui 15 anni ed un immancabile cellulare come passatempo. “Guarda questo qui in India, ha fatto gol e poi ha fatto un salto mortale. Ma è morto sbattendo la testa a terra cadendo male”. E l’altro :”Beato lui almeno è morto felice per aver segnato…”

Ancora. Provincia di Treviso, partita di basket di under 18, il playmaker viene rimproverato dall’allenatore per aver buttato al vento quattro palloni di seguito . “Vedi la palla – gli dice il coach – la devi trattare bene, con dolcezza, con cura. Come tratti la tua ragazza”. Mezzanotte della stessa sera sul cellulare del coach arriva un messaggio whatsapp del playmaker :”Coach non mi è piaciuto il rimprovero di oggi. E non paragonare mai più la mia ragazza alla palla”…

Catanzaro qualche tempo fa. Scambio di sms: “Mamma ci sei?” “Si tesoro che c’è” “QTAC?RVPF!” “ Figlia mia ma che dici!?” “Uffa mamma Quando Torni  A Casa? Rispondi Veloce Per favore”

Dal profondo Nord al profondo sud passando per il centro. La tecnologia del cellulare che impone nuovi dialoghi e cambia il tempo dei dialoghi dei ragazzi di oggi, dei cosiddetti nostri figli. La domanda è usuale: di chi è la colpa? Della tecnologia che li strega o dei genitori, noi genitori che lasciamo che si streghino? Volendo essere ecumenici potremmo rispondere che le responsabilità sono equamente divise.

Anche per gli adulti la nuova velocità e le nuove opportunità offerte dai cellulari, tablet e pc sono affascinanti ed in molti casi aiutano in alcuni campi professionali, anche se alcuni lavori si facevano e bene anche prima.

Dall’altra parte, come dice lo psicoterapeuta Domenico Barillà “I figli vanno dove li lasciamo andare. L’educazione non passa per i manuali e i discorsi esortativi, è una trasmissione testimoniale, il che significa che possiamo portare i nostri figli solo dove noi stessi siamo in grado di andare”. Perché l’esempio in casa è fondamentale: se i genitori sono tutto il giorno attaccati al pc o al cellulare perché i figli dovrebbero fare diversamente? Il famoso tempo che Barillà, psicologi, sociologi ed altri esperti invitano gli adulti a trascorrere sempre di più con i propri ragazzi da dove si ricava? I nostri figli dice Barillà ne sanno più di noi per una sorta di ribaltamento delle gerarchie. O forse ne sanno prima di noi perché sanno usare le tecnologie meglio di noi.

Per far passare la sbronza da ubriacatura tecnologica serve una cura forte che parte dalla famiglia certo, che passa dalla scuola dove dovrebbe essere assolutamente proibito usare i cellulari e non lasciato alla discrezione dei presidi, alle palestre dove i giovani fanno sport e via dicendo.

Il mostro non è lo strumento ma l’uso che se ne fa. L’educazione all’utilizzo è l’unico modo per far sì che internet, i social, il cellulare non diventino il luogo dal quale i giovani traggano gli ingredienti per la formazione del loro stile di vita. Educare significa anche osservare non spiare perché altrimenti si può generare il sentimento della ribellione – il discorso è volutamente generalizzato perché possono esistere casi particolari ovviamente – che potrebbe avere conseguenze peggiori.

Il mondo di internet è libero come lo è il mondo reale, ed allora bisogna educare gli adulti ad usarlo come si deve. Poi si potrà pensare di spiegarlo ai giovani.

Eduardo Lubrano

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