Un fantasma nel Salento: Monteruga

Un fantasma nel Salento: Monteruga

Salento. Sulla strada che congiunge San Pancrazio salentino a Torre Lapillo c’è Monteruga. Un borgo nato in epoca fascista, dallo sviluppo di una masseria che come tante altre costellava le campagne tra San Pancrazio, Salice e Veglie. La frazione appartiene tuttora a quest’ultimo comune, e continua a essere segnalata dalle indicazioni stradali.Seguendo le indicazione ci si trova in un borgo mangiato dal tempo.

I portici con i tetti sfondati, la Chiesa abbandonata con il pavimento e l’altare coperto di calcinacci.Calcinacci e tetti sfondati anche su buona parte degli edifici, di quello che un tempo era il frantoio, il deposito tabacchi e la cantina. Sì, perché a Monteruga c’era tutto il necessario perché si parlasse di un vero e proprio paese: la scuola rurale e la caserma, la chiesa e il dopolavoro, la piazza e il campo da bocce. Qui la vita c’era, fino a metà degli anni ’80.

A Monteruga regna un silenzio assoluto quasi inquietante. Sorta nel ventennio (1928) raggiunse il suo massimo splendore negli anni Cinquanta. Poi, complice il progresso , il richiamo dei centri urbani, la fuga al Nord, Monteruga si è lentamente sfarinata, disciolta nell’abbandono e nell’oblio delle amministrazioni comunali, dei proprietari che si sono succeduti. Oggi Monteruga è un paese fantasma che viene visitato solo da chi vuole scoprire se questo posto esiste davvero. E’ diventato il simbolo dell’abbandono. Passeggiando per le strade si può intuire come fosse quando scorreva la vita,si sentivano le risate dei bambini, lo schiocco del gioco delle bocce.

Allora sbirciando dentro una finestra si può immaginare quali fossero i gesti consueti in un non lontano passato. Ed ecco che vedi una mano far cadere a pioggia la farina sul piano da lavoro. Pasta fatta in casa… perché quella a mano ha tutto un altro sapore. Ciceri e tria, una ricetta salentina davvero antica; ne parlò il poeta Orazio nelle sue Satire nel 35 a.c.. E’ al centro di un rituale antico, chiamato le Tavole di San Giuseppe, con cui le famiglie benestanti allestivano banchetti per i meno fortunati della comunità.

Pezzo forte di questo piatto sono i ceci. Si prende una casseruola bella capiente, perché per lessarli c’è bisogno di brodo, cipolle, aglio… e poi di spezie: rosmarino, alloro e un peperoncino fresco, che dà quel tocco piccante al piatto! E ora la pasta. In Puglia è di rigore sporcarsi le mani. Quindi farina, semola, acqua a temperatura ambiente e olio d’oliva. Si mescola il tutto fino a ottenere un impasto compatto e liscio. Dall’impasto alle tagliatelle il passo è breve: una parte si fa bollire, ma l’altra si frigge in olio extravergine di oliva. Si condisce il tutto con i ceci lessati e il piatto è fatto. Poi si alzano gli occhi e si torna alla realtà di un borgo fantasma dove incuria e disinteresse vanno a braccetto facendo un torto anche alla memoria di chi ci ha vissuto.

Maria Noce Forti

La foto è stata tratta dal sito GreenMe

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