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Saigon, Hainoi, Vietcong, Me Kong, Napalm

Saigon, Hainoi, Vietcong, Me Kong, Napalm: parole che a chi ha tra i 50 ed i 60 anni evocano una sola cosa, la Guerra del Vietnam. Tra il 1964 ed il 1975 decine di migliaia di morti tra Stati Uniti ed il paese del sudest asiatico considerato da John Kennedy “La pietra angolare del mondo libero nel Sud-Est asiatico, la chiave di volta, il tappo che chiude il buco della diga nel caso che la marea rossa del comunismo inondi il Vietnam, un paese che si trova lungo una linea che unisce Birmania, India, Giappone, Filippine, Laos e Cambogia” in un discorso del 1956.

L’evocazione è piena di sangue,battaglie, atrocità inaudite, di cattiverie oltre quelle che la guerra porta con sé in modo naturale. Gli americani ne hanno avuto indietro oltre la brutta figura della sconfitta, anche due problemi che per decenni li hanno tormentati: quello di una generazione di giovani distrutta nelle foreste del Vietnam e quello dei reduci rientrati stravolti dagli orrori del conflitto e che in molti casi non hanno saputo o potuto reinserisi nella società.

Bene tutto questo oggi è il teatro di un incontro di pace a 44 anni dalla fine delle ostilità: quello tra il presidente nord coreano Kim Jong-un, e quello americano Donald Trump. Si parlerà di denuclearizzazione. E lo faranno i due presidenti che fino a due anni fa giocavano a “chi ce l’ha più duro” in un paese che oggi nell’area del sudest asiatico è uno dei più floridi del mondo.

Il Vietnam oggi

Chi lo ha visto ultimamente dice che il Vietnam dopo la guerra, è bellissimo: il cielo, il verde del riso appena piantato, il delta del Mekong, le piante e il mare. Sulle spiagge di Mui Nè, le donne spaccano i cocchi. Nei locali c’è allegria: le decorazioni, le luci al neon, la musica. Nei locali cantanti girovaghi si alternano agli americani, agli australiani, ai russi. I russi sono tanti, qui: è il paradiso del kitesurf che ha ridato la vita alla costa (chi non ricorda la scena di Apocalypse Now quando il il tenente colonnello Kilgore (Robert Duvall) bombarda la spiaggia per poter fare surf: e dice  “Mi piace l’odore del napalm al mattino, sa di vittoria!”)

Ci sono negozi a basso prezzo e quelli con prezzi occidentali. E si paga in Dong o in dollari. Ai vietnamiti piacciono i dollari, li regalano ai figli per il compleanno. Anche se tutti, ufficialmente, compiono gli anni al Tet, il capodanno vietnamita. E, per 10 euro, al cambio, ti danno mazzette di Dong.

Sia chiaro fuori dalle zone turistiche la povertà si vede eccome; nelle case mezze distrutte, negli intonachi, nelle rovine dei resort e nei cavi elettrici tirati così come viene, negli occhi dei bambini.

Nel primo decennio del 2000 ci sono stati investimenti diretti di multinazionali statunitensi, europee, coreane, giapponesi, cinesi per 129 miliardi di dollari. Molte di queste hanno scelto il Vietnam in alternativa alla Cina dove incontrano difficoltà di vario genere. Nel giro di pochi anni anche le esportazioni dal Vietnam ai paesi occidentali – Italia compresa –  sono cresciute in media del 30-40% tra le quali i macchinari industriali e il livello di conoscenza tecnologica delle giovani generazioni.

Doi Moi, significa “rinnovamento”: una politica attuata dal governo vietnamita dal 1986. Ha modificato l’assetto economico verso una economia di mercato formalmente orientata in senso socialista, in realtà improntata sempre più verso le privatizzazioni per cui di socialista – dicono gli esperti- restano solo il nome e i simboli.

Redazione

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