Negozi chiusi la domenica. Il medioevo gialloverde

Negozi chiusi la domenica. Il medioevo gialloverde

Dopo aver demonizzato il progresso scientifico tentando di boicottare le vaccinazioni, la corsa verso il regresso del governo Di Maio-Salvini ora prende di mira la libertà di impresa. Di Maio ha infatti annunciato un provvedimento che prevede l’obbligo di chiusura domenicale dei negozi.

Un’ipotesi culturalmente lunare ed economicamente distruttiva. Ad oggi sono circa 19 milioni le persone che si recano a fare acquisti la domenica. In molti settori la domenica è il giorno che rappresenta il picco degli incassi. Non si tratta di una moda, di un capriccio moderno, magari da correggere con la filosofia della “decrescita felice”. Si tratta di una consuetudine che rappresenta una risultante di vari aspetti, certamente culturali, ma anche e soprattutto sociali; in primo luogo lavorativi e familiari.

Incredibile poi che questa proposta emerga in un momento in cui l’intero settore del commercio tradizionale vive un momento di forte difficoltà. L’Istat ci dice infatti che il volume delle vendite di beni non alimentari su base annua ha subito un calo dell’1,5%, valore che sale al 2,1 per i prodotti alimentari. E anche la grande distribuzione, che pure ha retto alla crisi, vede comunque un calo del volume delle vendite al dettaglio (0,1%). La chiusura domenicale obbligatoria sarebbe una mannaia, un autentico colpo di grazia sui consumi.

Ma ecco che con slancio corporativista e insensibilità al quadro generale, la Confcommercio si è detta favorevole al dialogo sulla proposta di Di Maio. Tutte le altre realtà del settore, in primis la grande distribuzione, sono invece sul piede di guerra, paventando gravi ricadute sull’occupazione. L‘amministratore delegato e direttore generale di Conad, Francesco Pugliese, parla di 40-50mila posti di lavoro a rischio nel breve termine.

L’idea di Di Maio dunque, se realizzata, sarebbe un enorme regalo alle multinazionali del commercio online, un settore florido e in crescita esponenziale, che nel mese di luglio ha registrato un incremento su base annua del 13,6% (ISTAT). 

La decrescita felice, con tutti i suoi ingannevoli richiami alla visione bucolica di un buon mondo antico da riscoprire, ha in realtà la faccia della globalizzazione più estrema, che falsamente dice di voler combattere.

Agghiacciante che in nome dei diritti di una sola parte dei lavoratori, la sinistra radicale italiana e il mondo sindacale si mostrino indulgenti e in qualche caso entusiasti verso quello che si prefigura un aiuto senza precedenti al liberismo più sfrenato. Nessuno di loro ha parlato di contratti da rivedere o di maggiori tutele economiche per chi lavora la domenica. Di loro, chissenefrega. L’importante è tenersi buoni i futuri (bili) alleati

Il leghista Centinaio ha provato a mettere una pezza, dicendo che il provvedimento non riguarderà le città turistiche. E chi deciderà cos’è turistico e cosa no in un museo a cielo aperto come l’Italia?

Propaganda, dilettantismo, approssimazione. I primi cento giorni.

Mauro Pasquini

 

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