L’Occidente ai tempi di Orban

L’Occidente ai tempi di Orban

“Botte da Orban” ironizzano in molti.

In effetti, il premier ungherese è uno che spacca.Faro illuminante delle destre “no euro” e “stop the invasion”, Viktor Orban ha iniziato a scaldare i cuori di una sempre più nutrita componente sovranista dell’italica gauche (Ma)dura e pura. La cosiddetta “vera sinistra” entro il cui perimetro si stanno rintanando non pochi pentiti della versione più cool, quella gauche caviar tutta Ozpetek, slow food e apericene, oramai lontana dai gloriosi tempi andati; quando bastava un girotondo intorno a “Viale Mazzini”, o fare il tifo zelanti per la caduta dei governi Prodi, per sentirsi partigiani del Duemila. E se dopo Prodi tornava più tronfio e roboante di prima il neo-riabilitato Cavaliere, poco male, anzi, meglio! D’altronde, era l’unico rimasto in Italia a parlare di comunismo sovietico. Un po’ di riconoscenza verso chi, con instancabile generosità, continuava a garantire un briciolo d’identità politica, era decisamente il minimo.

“Botte da Orban” dicevamo. E così, nello scorso aprile, il centroavanti del Gruppo Visegrad ha fatto il colpaccio. Con maschia risolutezza ha costretto a battere in ritirata dall’Ungheria la Open Society Foundations (OSF), la “Spectre” dell’odiato nemico pubblico George Soros, bestia nera per eccellenza di tutti i sovranisti di destra e di sinistra.

Patrick Gaspard, Presidente dell’OSF, si è recato personalmente a Budapest per informare i membri dello staff (circa un centinaio) che la Fondazione trasferirà le sue attività dell’Europa orientale a Berlino.

Stesso futuro, pare, per la Central European University (CEU), beneficiaria anch’essa delle risorse di Soros. La prestigiosa istituzione prevede di lasciare l’Ungheria. Sarebbe in procinto di spostarsi a Vienna.È sicuramente senza intento sensazional-subliminale che il solenne passo sia stato ufficializzato poco dopo il 4 aprile, anniversario della liberazione dell’Ungheria dall’occupazione nazista, ad opera delle armate sovietiche. Ma va da sé che tale curiosa coincidenza abbia incendiato di ulteriore gioia il giubilo già in corso per la “cacciata di Soros”.Le colpe del filantropo secondo i sovranisti?Citando alla lettera: essere il mandante dei “taxi del mare”, il realizzatore del “piano Kalergi”, il criminale globalista campione della compravendita internazionale di esseri umani.

Un suggerimento: non chiamate complottisti gli assertori di tali perle. Sareste additati come “servi sciocchi del turbocapitalismo”, se vi va bene, o del “nazismo modialista e/o mondialismo nazista”, se invece vi dice male. Nel caso, tenete Google a portata di mano, i neologismi denigratori nascono e si moltiplicano a ritmi da microrganismo. Orientarsi in cotanta creatività non è cosa semplice.

E nulla importa che in realtà le ONG, molte delle quali sono sostenute finanziariamente dalla rete di sovvenzioni che fa capo alla Fondazione di Soros, abbiano salvato centinaia di migliaia di vite umane in fuga dalla disperazione, dalla fame (quella vera), dalle guerre, dalle faide politiche o religiose, dall’epidemie, dal rischio costante di morte imminente.Il “business dei migranti”, espressione che descrive l’abisso antropologico di chi la usa, è in realtà soccorso, assistenza, accoglienza, integrazione dei più deboli fra i deboli. Culturalmente parlando, un pilastro della civiltà occidentale.Buonismo? E allora diamoci dentro di italico cinismo.

L’Ungheria ai tempi di Orban è capofila di quell’est Europa che rivendica i vantaggi dell’europeismo ma ne rifiuta i doveri. Ovvero, si ai soldi, no alla condivisione degli sforzi per accogliere i migranti. E il nazionalismo, ridatosi una verginità storica facendosi chiamare “sovranismo”, offre alibi imbattibili, buoni per ogni epoca.

Ma sulla questione migranti, se passa definitivamente l’idea che ognuno pensa solo a se stesso, l’Italia è l’unica che rimane davvero sola. Lo abbiamo già visto. Perché le nostre coste non scompaiono con uno slogan stampato su una felpa. E l’unico confine di terra che abbiamo con l’Europa è già fornito di un muro che non ha bisogno di essere costruito: l’arco alpino.

Pertanto, sentirsi galvanizzati dagli attestati di stima dei sovranisti del nord e dell’est d’Europa, come fa Salvini, significa credere alla pacche sulle spalle. Significa farsi fregare e vantarsene pure.Ma ammettere questo significherebbe ammettere di essere deboli, di non avere un piano, di vendere illusioni. Molto più facile demonizzare chi opera sul campo.Save the Children, Unicef, Terre des Hommes, Caritas, Unhcr, Sant’Egidio, Defence for Children, Emergency, Oxfam, Cir, Cnca, Anci. Costoro rappresenterebbero il problema?È questo che pensa buona parte della cattolica Italia? Pare di sì. Pronta a indignarsi per piccole beghe da oratorio, di nuovo prontissima a farsi eccitare dall’uomo forte.Non solo Putin sulla neve a dorso nudo e tigre a guinzaglio, ora anche il suo pupillo europeo. Un tempo fu Mussolini, anch’egli a dorso nudo, in versione mietirore di grano. Contemporanei del Duce furono baffino e baffone. Poi venne il leader maximo dei Caraibi con il sigarone in bocca. Aitanti, fotogenici, dalla parte del popolo. Destra o sinistra, decenni e latitudini che vai, uomo forte che trovi.

Mauro Pasquini

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