La pratica “ordinaria” dell’omicidio politico

La pratica “ordinaria” dell’omicidio politico

Sulla morte di Khashoggi in molti guardano a Donald Trump. Ben Rodhes, ex funzionario dell’amministrazione Obama, definisce l’assassinio di Kashoggi una logica conseguenza della politica saudita, supportata dalla Casa Bianca dopo l’arrivo di Trump. Una politica di generale disconoscimento del sistema internazionale, del ruolo dell’ONU e in qualche modo anche dell’Atlantismo. Adesso si hanno le prime ammissioni dell’Arabia Saudita.

Ma un conto è chiedere chiarezza e difendere una determinata visione del mondo, meno funzionale è fare di Jamal Khashoggi un martire, dimenticando come l’assassinio politico non sia certo un marchio di fabbrica del recente assetto globale. Senza perdersi nei millenni e focalizzando la nostra attenzione sul Ventesimo secolo e su questi primi diciotto anni del Ventunesimo, possiamo vedere come, piaccia o no, l’omicidio resti una pratica ordinaria, un naturale prolungamento del fare politica, soprattutto quando il contesto assume una dimensione internazionale.

Ci sono stati omicidi politici che, andando oltre le intenzioni, hanno funzionato da “detonatore storico”. Come quello che il 28 ottobre 1914 fu commesso dall’anarchico Gavrilo Prinzip, che uccise a Sarajevo l’arciduca erede al trono d’Austria-Ungheria Francesco Ferdinando e la moglie, fornendo il pretesto per lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Cambiando versante politico dell’esecutore, vediamo come il 10 giugno 1924 un gruppo di fascisti abbia rapito e ucciso il deputato socialista Giacomo Matteotti. Omicidio poi “rivendicato” in Parlamento da Mussolini in persona. Il 28 gennaio 1948 un fanatico induista, Nathuram Godse, uccise Mohandas Karamchand Gandhi, alfiere dell’indipendenza indiana e icona universale della “non violenza”. Poi John Kennedy nel novembre del ‘63, Ernesto Guevara (il Che) nell’ottobre del ‘67, Martin Luther King nell’aprile del ‘68 e nel giugno dello stesso anno Robert Kennedy, fratello minore del defunto John.

Negli anni Settanta un’ondata terroristica travolse tutto l’Occidente, lasciandosi dietro una scia di morti, di ogni colore politico. Uno dei casi più celebri è sicuramente la morte di Salvador Allende, l’11 settembre 1973, durante il colpo di Stato del generale Pinochet, appoggiato dagli USA. Anche l’Italia fu duramente colpita. Oltre ai politici, tra le vittime vi furono  poliziotti, carabinieri, magistrati, avvocati, giuslavoristi, giornalisti, semplici operai. Tra gli omicidi “illustri”: il Commissario Luigi Calabresi nel ‘72, il giudice Occorsio nel ‘76, Aldo Moro nel ‘78, Giorgio Ambrosoli nel ‘79. In questo decennio le uccisioni mirate da parte degli USA erano talmente diventate una prassi che il Presidente Gerald Ford sentì la necessità di firmare un ordine esecutivo nel 1976, nel quale si dichiarava che nessun impiegato governativo “si impegnerà o cospirerà in un assassinio politico”.

In tutto questo periodo c’era ovunque una sorta di giustificazione ideologica alla pratica dell’omicidio politico, provata dal costante ricorso alla subitanea rivendicazione da parte degli esecutori. Uccidere un nemico politico era un merito, ogni persona uccisa una medaglia. Dagli anni Ottanta in poi, invece, in Occidente l’omicidio politico è diventato un tabù. Per un gruppo politico, un governo, un singolo personaggio che commissionava o eseguiva un omicidio, il gioco era diventato non solo non farsi scoprire, ma anche non essere indicato come possibile responsabile.

Anche battaglie recenti, apparentemente “lontane” dagli anni di piombo o dal terrorismo internazionale, sono state macchiate da omicidi politici. Il 16 giugno 2016 un nazista favorevole alla Brexit uccise la deputata laburista Jo Cox.

Come diceva un personaggio dell’ultimo capitolo della trilogia cinematografica del Padrino, “la politica è sapere quando tirare il grilletto”. Una battuta apocalittica, ma forse non del tutto.

Mauro Pasquini

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