Il silenzio degli indignati

Il silenzio degli indignati

Sarà il solleone, l’afa che resiste, il vinello che distrae o il frittino che ipnotizza. Sarà che dopo una lunga, cruenta battaglia contro le Forze del male, anche il più eroe dei supereroi ha diritto di occuparsi solo di sabbia tra gli indumenti o di come organizzare il dopocena.

Se è vero come dicono che il 4 dicembre 2016 è stata scongiurata una dittatura, ciò sarebbe avvenuto grazie a quanti sono andati indomiti alla pugna contro la riforma costituzionale del governo Renzi, creando un fronte politico. Hanno difeso la Costituzione, hanno salvato l’Italia.

Poi però, con calma, dopo quasi due anni, entreranno di nuovo in servizio 24h, in difesa della Costituzione, dei suoi principi, dei suoi valori? Li vedremo ancora prezzemolare da un format all’altro, adattabili a tutti i palinsesti? E da lì sferrare fendenti al nemico? Li potremo di nuovo ammirare mentre in uno studio televisivo si riempiono la bocca di Resistenza e allo stesso tempo condividono battaglie con Forza Nuova? Saremo ancora investiti da una tempesta di appelli e proteste roboanti prodotte in serie?

Altrimenti significa che è tutto a posto. Se tutto quel clamore era seriamente motivato, coerenza vuole che l’impercettibile mugolio di oggi indichi un livello di rischio vicino allo zero. Vorrebbe dire che la Costituzione, l’antifascismo, i diritti civili sono tutti quanti al sicuro, che nessuno ne sta mettendo in dubbio la legittimità. È così, vero? Siamo al sicuro. No? E’ per questo che tacete. Giusto?

Il torpore di coloro che sono riusciti a fermare Renzi sembra suggerire proprio questo: che le sparate di Casaleggio e Grillo sulla prossima estinzione dei regimi democratici, quelle di Salvini su migranti e fascismo, quelle di Borghi e Bagnai su Europa ed economia, sono un problema da poco. Nessuna minaccia.

Insomma, il governo Renzi è stato un pericolo per la democrazia, mentre non lo è il governo gialloverde. Questo spiegherebbe perché dagli “alti lai” del 2016 siamo passati in un lampo allo svogliato brontolio del 2018.

Ovviamente, esiste un’altra visione delle cose, secondo la quale il fronte politico del NO è stato una versione particolarmente riuscita di “larghe intese”, il cui unico obiettivo (raggiunto) era fermare Renzi. Il blocco delle riforme era il prezzo che i promotori del NO erano disposti a far pagare al paese pur di recuperare spazio politico.

Un indizio pesante è l’infrangibile indulgenza omertosa verso il mondo a cinque stelle, che abbiamo visto e vediamo non solo nelle genuflessioni di Emiliano e nel balbettio politico di Bersani, ma anche nell’indignazione placebo dell’italica intellighenzia. Ieri, tutti a stracciarsi le vesti per il “combinato disposto”, oggi, giusto una frignatina d’ufficio per le pose gialloverdi. Nel mezzo, il tentativo di mandare il PD al governo coi 5S, per vederlo definitivamente disintegrato.

Tanto di cappello al mago D’Alema, signore del circo contro le riforme e vero vincitore del referendum. Ha saputo strizzare l’occhio alla destra sovranista, ha nuovamente ipnotizzato la sinistra, si è vendicato di Renzi.

A tale scopo ha raccolto e coordinato personalismi, rancori irrisolti, bisogni di rivalsa, interessi di bottega, nostalgie di gioventù, rendite di ogni sorta. Ha vinto. Dopo di ché?

Ridimensionato Renzi, tutto si è dissolto. Nessuna legge elettorale in “sei mesi”, nessun dibattito sulle riforme. Tutto finito.

Ridimensionare Renzi era l’obiettivo, assassinare le riforme un effetto collaterale. O viceversa?

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