Il gas russo guida l’internazionale sovranista in Europa

Il gas russo guida l’internazionale sovranista in Europa

Non solo il Gruppo Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria), ma anche Serbia, Bulgaria e Romania hanno stretto accordi bilaterali con il colosso russo Gazprom, per assicurarsi l’approvvigionamento energetico per i prossimi anni. Tutto al di fuori di una strategia comune europea.

La Russia ha già un accordo con la Germania per il North Stream 2, il gasdotto che porterà gas russo all’Europa attraverso il Mar Baltico, bypassando l’Ucraina. Oltre agli affari d’oro, con questo accordo Putin ha ottenuto il duplice obiettivo politico di legare strettamente la prima potenza europea alla Russia e di rendere quasi nullo il potere contrattuale di un paese particolarmente ostile come l’Ucraina (dopo l’annessione russa della Crimea nel 2014).

Alla fine del 2019 entrerà poi in funzione il Turkish stream, il gasdotto che trasporterà altri 15,75 miliardi di metri cubi annui di gas russo alla Turchia e all’Europa centrale e del sud-est. 

In molti paesi dell’Europa centrale è partita la corsa ad accaparrarsi nuove risorse. Fin qui tutto normale, se non fosse che l’impossibilità di elaborare una strategia comune europea, e quindi giocare la partita del gas con maggiore potere contrattuale, è impedita proprio dalla volontà di correre da soli dei singoli paesi dell’Europa centrale. E questa volontà è sostenuta da una ben precisa politica estera, comune a tutti questi paesi, che oggi chiamiamo troppo distrattamente sovranismo, ma che in realtà dovremmo chiamare ognun per sé e tutti per Putin.

Tutti questi paesi fanno incetta di fondi europei, ma ciascuno di loro gioca puntualmente il suo potere di veto per impedire l’elaborazione di una strategia energetica unitaria con la quale confrontarsi, come acquirente, con un maggior potere contrattuale al cospetto del fornitore.

Ancora di più la mancanza di una visione comune impedisce la progettazione in sede europea di vie alternative, come ad esempio nel Mediterraneo sud-orientale, dove recentemente l’Eni ha fatto “gigantesche e inaspettate scoperte”.

In un quadro generale del genere, la realpolitik suggerirebbe di appoggiare una-tantum la battaglia di Trump contro l’accordo russo-tedesco, allo scopo di avere un alleato di peso contro il gigante russo. Un alleato tra l’altro molto motivato, in quanto interessato esso stesso a esportare il suo gas naturale in Europa.

Con il voto di ieri a Strasburgo contro l’Ungheria di Orban, l’anima politica dell’Europa ha dato segnali di vita. Si è trattato di una mossa non scontata, che in molti hanno salutato positivamente come scatto dell’orgoglio europeo. Ma dietro alle legittime felicitazioni, si cela il rischio di rimanere incollati alla simbologia e all’effetto mediatico delle decisioni formali, senza curarsi di concretizzare sul lungo termine quanto deciso al momento.

L’Europa deve urgentemente associare alla difesa dello stato di diritto una nuova politica energetica unitaria, volta a frenare nel breve termine, e scongiurare in futuro, la realizzazione del progetto geopolitico del Gruppo Visegrad, ossia la creazione di una federazione dell’Europa centrale, avente autonomia politica, economica, energetica, e domani forse anche monetaria, dal resto dell’Unione. L’Europa deve lavorare a nuovo ordine mondiale in cui l’Occidente, per il bene di tutti, sia compatto.

Altrimenti, come già è accaduto sotto il comunismo sovietico, un pezzo di Occidente diventerebbe un protettorato orientale. Un assetto geopolitico di questo tipo finirebbe per scaraventare il mondo in una nuova Guerra fredda e priverebbe definitivamente l’Europa della pace e della stabilità che atlantismo ed europeismo hanno garantito per 60 anni. 

Mauro Pasquini

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