Conte e il vizietto del conflitto d’interesse

Conte e il vizietto del conflitto d’interesse

L’affaire “concorsopoli”, che sta investendo la figura del premier più virtuale della storia italiana, non racconta nulla di nuovo. Nel 2002 Giuseppe Conte vince il concorso per la cattedra di ordinario all’università di Caserta. Solo che fra i commissari d’esame c’era Guido Alpa, che aveva lo studio insieme a Conte e con lui firmatario di un ricorso contro la Rai, quando l’attuale premier era avvocato del Garante della privacy.

Nel balletto delle versioni c’è la difesa della propria correttezza da parte di Conte e l’accusa di aver superato l’esame grazie all’amichevole presenza nella Commissione.

Ma oltre al canonico gioco delle parti, resta la sgradevole sensazione di una malattia italiana, il conflitto d’interesse, così cronicizzata da essere diventata parte integrante della nostra mentalità.

E anche il “governo del cambiamento” è perfettamente allineato alla peggiore tradizione dell’italico status quo, dove il confine tra merito e favoritismo non esiste. Lo scorso 4 marzo era iniziato un rullo di tamburo in continuo crescendo, che annunciava svolte radicali, rivoluzionarie, sulle strategie politiche e ancor di più sulle persone che avrebbero dovuto concretizzarle.

Ma la montagna ha partorito un topolino, e i sedicenti uomini del cambiamento si sono rivelati piazzisti di merce avariata. Condoni fiscali, boicottaggio del merito, umiliazione della competenza, disprezzo della libertà di stampa e dell’indipendenza della magistratura, xenofobia, odio generalizzato, verso tutti e verso tutto.

Che il “cambiamento” fosse il più ovvio dei bluff era chiaro da subito. Ha finto di crederci chi a destra voleva rifarsi una verginità politica e chi a sinistra cercava rivalse per aver perso la “Ditta”.

E l’anonimo Conte ha prestato la sua faccia a tutto questo, forte del suo curriculum perfettamente il linea con il gattopardismo imperante da sempre, oggi innalzato a virtù.

Red

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