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Brexit: l’incubo del “no deal”

Riuniti a Bruxelles, i capi di Stato e di governo europei dovevano decidere cosa fare con la richiesta avanzata da Theresa May di rinviare il divorzio tra Ue e Regno Unito – che altrimenti sarebbe scattato il 29 marzo con un alto rischio di “no deal” – fino al 30 giugno. Richiesta inaccettabile, come scrive Alberto D’Argenio su La Repubblica,  visto che in quel modo Londra sarebbe rimasta nell’Ue senza votare per le europee del 23-26 maggio, rischiando di inficiare la legalità del Parlamento di Strasburgo. D’altra parte i ripetuti fallimenti a Westminster della premier lasciavano troppi rischi di recesso disordinato, disastroso per l’economia britannica e comunque nocivo anche per quella europea.

Dopo mesi di umiliante tira e molla, ora il Regno Unito si tuffa a capofitto nell’incubo di un’uscita senza accordo, la cosiddetta hard Brexit. Ecco cosa potrebbe accadere. A soli 16 giorni dalla deadline dell’appuntamento più importante per la Gran Bretagna dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il paese non sa se domani avrà ancora un governo, non sa di quale blocco commerciale farà parte e nemmeno se sarà ancora un paese unito, viste le fibrillazioni tra l’Inghilterra gli altri stati del Regno.

Se si verificherà l’ipotesi più temuta, l’hard Brexit, innanzitutto salterà il “periodo di transizione” che doveva accompagnare il processo al fine di evitare traumi. In pratica, dal 29 marzo la Gran Bretagna si troverebbe fuori dal mercato unico europeo. Senza clausole di transizione questo comporterebbe l’applicazione immediata delle regole del WTO (Organizzazione mondiale del commercio). In automatico tornerebbero dazi e limitazioni doganali su molte merci. Si tratterebbe di uno sciagurato ritorno al passato che interesserebbe tanto i rapporti commerciali tra Regno Unito i 27 Paesi membri dell’Unione Europea, sia quelli con tutti i Paesi non facenti parti della UE ma con i quali l’Unione Europea ha siglato accordi commerciali. Il virus dell’hard Brexit potrebbe contagiare l’Occidente facendolo ammalare di nuova forma di protezionismo. E’ la stessa fuga delle aziende e degli investimenti a sentenziare senza appello come due anni fa una follia dilagante abbia fatto presa su di un popolo che faceva della pragmatismo la propria bandiera. Alla prova dei fatti, in Gran Bretagna come ovunque nel mondo, non esiste niente di più antinazionale del sovranismo.

Nella migliore delle ipotesi si tratterebbe di un grave danno economico per tutti e di una vera e propria mannaia sulla testa dei sudditi di Sua Maestà. Nella peggiore delle ipotesi saremmo davanti ai primi vagiti di un passato fatto di guerre e totalitarismi, che la globalizzazione, pur con tutti i suoi difetti, aveva quanto meno ridimensionato. Il governo prova a rassicurare che in caso di uscita senza accordo saranno tagliati dazi e tariffe. Ma le parole di Theresa May ormai non sono più considerate nemmeno come palliativo. Intanto lo stesso governo taglia le stime della crescita per il 2019 dall’1,6% previsto a ottobre all’1,2.

C’è poi la questione dei 3,7 milioni di Europei che vivono e lavorano nel Regno Unito così come del 1,7 milioni di cittadini britannici che si trovano in Europa. Buio pesto. Che ne sarà di loro? Del loro futuro, delle loro carriere, del loro percorso di studi? Che ne sarà ad esempio degli studenti Erasmus? Saranno davvero garantiti come sembra emergere in queste ore?

Per scongiurare questo scenario horror, il Parlamento inglese ha votato a favore di una richiesta a Bruxelles per prorogare la data di uscita. Formalmente la UE è favorevole, a patto che il governo inglese presenti una proposta “utile”. Stesso approccio dai singoli Paesi membri. La Francia ad esempio minaccia di bloccare la concessione se da Londra non emerge un piano concreto. Come dar torto ai cugini d’Oltralpe?

In alternativa non resta che l’ipotesi più tragicomica: il ritiro unilaterale della Gran Bretagna dalla procedura di uscita, ossia, addio Brexit. Come dire: abbiamo scherzato.

Gli effetti disastrosi dei capricci e delle scorciatoie populiste e sovraniste sono dunque sotto gli occhi di tutti. Facciamone tutti tesoro. Nel frattempo, non resta che attendere per sapere cosa la Gran Bretagna vorrà fare, ma soprattutto vorrà essere, da grande.

Red

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