Addio a Pik Botha, maestro della “diplomazia parallela”

Addio a Pik Botha, maestro della “diplomazia parallela”

All’età di 86 anni, è morto Pik Botha, grande, controverso protagonista della storia recente del Sudafrica; regista di numerosi passaggi cruciali, molti dei quali poco noti, della transizione istituzionale che ha portato alla fine del regime dell’apartheid e alla nascita di un nuovo Sudafrica democratico.

Roelof Frederik Botha, detto “Pik”, è stato Ministro degli Esteri per quasi un ventennio negli ultimi quattro governi dell’aparthied. Caduto il regime, di cui era uno dei massimi esponenti, ha mantenuto un ruolo centrale anche nel governo di unità nazionale guidato dal suo ex nemico ed ex prigioniero Nelson Mandela, ottenendo la guida del Ministero delle Miniere e dell’Energia. E’ stato il volto sorridente dell’apartheid, il carismatico guardiano dei buoni rapporti con l’Occidente. Il “Botha buono” dei governi guidati dall’omonimo e non parente Pieter Willem (spesso indicato come PW Botha). Negli anni Ottanta è stato sostenitore di riforme radicali per un Sudafrica democratico e non razziale.

Ma la sua arte era la “diplomazia parallela”. In tutti passaggi cruciali della storia sudafricana, Pik Botha si è dimostrato un grande maestro nell’indurre e gestire negoziati internazionali ufficiosi che hanno battuto sul tempo e in seguito indirizzato il lavoro delle diplomazie ufficiali.

Nella guerra fra Angola e Sudafrica per il controllo dell’allora Namibia, Pik Botha intavolò una trattativa riservata che andava molto oltre i normali canali, arrivando a coinvolgere importanti uomini d’affari dell’Africa francofona come Jean-Yves Ollivier. Grazie alla rete di conoscenze internazionali di Ollivier negli ambienti politici e industriali europei e africani, nel 1988 furono organizzati una serie di incontri riservati a Brazzaville, in Congo. Si ritrovarono faccia a faccia USA e Sudafrica da una parte e Cuba e Angola dall’altra, quest’ultime due operanti sotto l’ombrello protettivo di Mosca.

Le trattative riservate portarono al Protocollo di Brazzaville, che prevedeva il ritiro delle truppe cubane dall’Angola e che di fatto dava il via al processo di indipendenza della Namibia. Il Sudafrica perse la Namibia ma guadagnò autorevolezza presso le cancellerie occidentali e quietò i rapporti con i paesi africani filorussi. Fu il primo passo dello sgretolamento del regime dell’apartheid e dell’avvicinamento del Sudafrica ai “salotti buoni” d’Occidente.

Durante la preparazione del cambio di regime, Pik Botha è stato al fianco di FW de Klerk nella febbrile costruzione di un consenso internazionale al progetto dei “nazionalisti illuminati” di dismettere dall’interno l’apartheid. Una soluzione che salvò gli interessi della minoranza bianca ma che al contempo incluse la concessione della parità dei diritti civili a tutti i sudafricani, indipendentemente dall’etnia. E anche in questo caso la diplomazia viaggiò su due binari. Quello ufficiale, lento e inefficace. e quello ufficioso degli incontri riservati ai vertici del potere internazionale, volto a isolare e mettere fuori gioco quanti nel suo stesso governo  si opponevano a una svolta democratica. Una strategia che funzionò. Lo spirito di iniziativa di Pik Botha, FW de Klerk e dei loro collaboratori esautorò di fatto i difensori a oltranza dell’apartheid, spianando la via al cambiamento.

Ma l’esempio più clamoroso e paradossalmente meno conosciuto del travolgente attivismo di Pik Botha è quello di aver sovrinteso a una serie di massicci investimenti delle multinazionali sudafricane in Ungheria, immediatamente dopo il maggio 1989, quando ben sei mesi prima della Caduta del Muro di Berlino si verificò il primo vero smottamento della Cortina di Ferro, con la rimozione di un lungo tratto di filo spinato lungo frontiera tra Austria e Ungheria, simbolo per decenni della contrapposizione tra Est e Ovest.

A Guerra fredda ancora formalmente in corso, con il Muro di Berlino ancora in piedi, e soprattutto, circondato dall’ostilità della comunità internazionale, il Sudafrica ancora anticomunista e ancora segregazionista fu tra i primi paesi al mondo a investire al di là della Cortina Ferro, in territorio ancora sovietico.

Sul personaggio resta l’ombra del suo trascorso di esponente di spicco del regime. Tuttavia gli va riconosciuto il merito di aver compreso il “vento del cambiamento” e di averlo fatto suo, dandosi molto da fare per mettere il Sudafrica sulla retta via.

Mauro Pasquini

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