La tragedia del Vajont

La tragedia del Vajont

Il  9 ottobre saranno 55 anni dalla tragedia della diga del Vajont in cui morirono 2018 persone. Quella sera alle 22.39 un blocco di terra di 400 metri cade dal monte Toc – siamo in una zona al confine tra Friuli Venezia Giulia e Veneto, e provoca una frana di 270 mila metri cubi di roccia che si abbatte alla velocità di 100 chilometri orari sull’invaso della diga.

La reazione è un’onda di 200 metri di altezza e 260 milioni di metri cubi che spazza via tutto quello che incontra: Longarone, Pirago, Faè, Villanova, Rivalta sono rasi al suolo. Frasegò, Lospesse, Il Cristo, Pineda, Cova, Prada, Marzana, San Martino ed altri borghi e paesi sono devastati. Aktri ancora subiscono danni enormi. Sembra una piccola bomba atomica. Solo 750 dei morti furono identificati, altri erano irriconoscibili, altri ancora non sono mai stati ritrovati.

Sin qui i fatti di quella sera. Che oggi sappiamo con certezza scientifica – ma lo sapevamo anche allora  – potevano essere evitati. Tutto nasce nel 1929 quando due tecnici della SADE, Società Adriatica di Energia con sede a Venezia in Palazzo Balbi  – nata nel 1905 – ebbero l’idea di costruire una diga sul fiume Vajont, un affluente del Piave tra Firuli Venezia Giulia e Veneto che nei secoli ha scavato una gola tra il monte Toc e il monte Salta. Una zona conosciuta per l’altissimo rischio di frane e per quello sismico.

Il progetto per la diga ottiene il via libera in piena II^Guerra Mondiale in modo del tutto irregolare – sembra una storia contemporanea – perché il giorno della discussione solo 13 dei 34 rappresentanti del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici sono presenti e lo votano. I soldi però per iniziare i lavori sono disponibili sono nel 1957 quando l’Italia è nel boom economico del dopo guerra. Le popolazioni della zona interessata insorgono perché conoscono il territorio e sanno dei rischi che si corrono a fare grandi opere lì. E conoscono anche un’antica leggenda che dice che il borgo di Erto avrebbe conosciuto un momento di grande prosperità prima di finire sommerso sotto le acque di un lago.

La giornalista dell’Unità Tina Merlin scrisse della leggenda, delle proteste, dei Comitati dei cittadini ed anche dei metodi della SADE che pur di realizzare il progetto non esitava ad espropriare i terreni prepotentemente. Fu citata in giudizio ma assolta dal Tribunale di Milano perché secondo i giudici, non scriveva falsità. In questo clima nel 1959 alla diga di Pontisei – finita di costruire nel 1957 nella provincia di Belluno sempre dalla SADE –  ci fu una frana che provocò un’onda di acqua di oltre 20 metri e la morte di un operaio addetto alla sorveglianza. L’ingegnere che aveva realizzato la diga era Carlo Semenza, lo stesso che aveva firmato quello del Vajont. La SADE allarmata ma neanche tanto da questo ed altri episodi simili, fece intensificare i test ma era anche stimolata a far presto dal fatto che di lì a breve l’energia elettrica sarebbe stata nazionalizzata dunque voleva godere dei benefici statali. Il progetto della diga del Vajont dava lavoro a 400 persone ed era la diga più alta del mondo: 266 metri, 723 sopra il livello del mare con una portata di 115 milioni di metri cubi di acqua.

Nel 1959 la diga era pronta. Nel 1960 una frana del monte Toc fece scivolare nell’invaso 800mila metri di roccia. E ci furono altri test. Si decise di non riempire mai l’invaso oltre i 700 metri perché nonostante la necessità e l’obiettivo del business c’era la consapevolezza del rischio sul territorio. Alla fine del 1962 il governo Fanfani approvò la legge sulla nazionalizzazione dell’energia e la SADE fu inglobata dalla Montecatini. Tutte le voci che gridavano di fare attenzione che lassù poteva succedere qualcosa di grave furono non solo inascoltate ma addirittura messe a tacere e spacciate per contrarie al progresso. Meno di un anno dopo la tragedia. Era la sera della finale di Coppa dei Campioni tra Real Madrid e Celtic Glasgow. Preceduta da tremori, piccole scosse di terremoto, boati e strani rumori l’acqua cacciata a forza dall’invaso dalla roccia precipitata dall’alto ha fatto il suo corso senza nessuna opposizione.

Ci sono stati diversi processi. Durati fino al 2000. Quello dal 1968 al 1972 ha riconosciuto colpevoli Alberto Biadone, dirigente della SADE e Francesco Sensidoni ispettore Generale del Genio Civile. Solo il primo ha scontato la sua pena, 1 anno e 6 mesi di carcere. La Sade che nel frattempo era stata inglobata da Enel è stata condannata a pagare i danni con Montedison che a sua volta aveva acquisito Montecatini. Nel 2000 lo Stato è stato chiamato a dividere le spese con Enel.

Eduardo Lubrano

Questo progetto web utilizza la tecnologia 'cookies' per migliorare l'esperienza generale del Sito. I Cookies sono piccoli file testuali mantenuti sul proprio computer o dispositivo. Ci permettono di assicurarti la miglior esperienza di navigazione possibile e di capire come utilizzi il nostro sito. Questo messaggio di avviso ti viene proposto in base alle nuove normative sui diritti utenti nelle comunicazioni e servizi web, sui dati personali e la protezione della privacy. more information

Questo progetto web utilizza la tecnologia 'cookies' per migliorare l'esperienza generale del Sito. I Cookies sono piccoli file testuali mantenuti sul proprio computer o dispositivo. Ci permettono di assicurarti la miglior esperienza di navigazione possibile e di capire come utilizzi il nostro sito. Questo messaggio di avviso ti viene proposto in base alle nuove normative sui diritti utenti nelle comunicazioni e servizi web, sui dati personali e la protezione della privacy.

Chiudi Popup