Vecchi e nuovi giornalismi?

Vecchi e nuovi giornalismi?

“Gentile Presidente del Consiglio,
in una nota appena diffusa in merito alle dichiarazioni del suo Portavoce Rocco Casalino, Lei chiarisce che “la diffusione dell’audio che sta circolando in queste ore configura condotte gravemente illegittime che tradiscono fondamentali principi costituzionali e deontologici. Chiarito che trattasi di un messaggio privato mi rifiuto finanche di entrare nel merito dei suoi contenuti”.

Lei correttamente non fa nomi, e non entra nel merito dei contenuti, ma siccome i nomi sono un segreto di Pulcinella, si tratta cioe’, come il Blog 5 stelle sostiene da ore, di due giornalisti dell’Huff Post, preferisco risponderle subito. In modo da chiarire l’aria il prima e meglio possibile.
Lei fonda la grave accusa di violazione dei principi deontologici in quella frase, “chiarito che trattasi di un messaggio privato”, ma questo è esattamente il punto: era un messaggio privato?

Sono le prime righe della lettera di risposta della Direttrice dell’Huffington Post Italia, Lucia Annunziata a Giuseppe Conte in merito all’affaire Rocco Casalino ed alle sue minacce ai collaboratori del Ministro Tria. Non ci serve per entrare nel merito della questione politica quanto in quello del ruolo del giornalismo che mai come in questa era dei social deve organizzare sé stesso in modo diverso.

Partendo da un punto fermo: i principi di informazione, rispetto della notizia, della fedeltà al lettore ed alla testata per la quale si lavora sono gli stessi di quando la professione è iniziata. Sono cambiati gli strumenti e la loro velocità di diffusione. Ed è cambiata la quantità di gente che ha accesso alle informazioni. Detto questo che è ormai scontato, ad Austin, Texas, negli ultimi giorni di settembre si è tenuta l’annuale riunione della Online News Association. Una organizzazione americana ma alla quale hanno partecipato giornalisti di tutto il mondo. E dalla quale sono emersi alcuni punti piuttosto importanti.
Il primo: “I giornalisti sembra abbiano perso la loro capacità di provare la loro innocenza perché hanno sempre meno accesso alle fonti originali delle notizie” ha detto Joan Donovan del centro studi Data&Society.

Il secondo lo ha presentato Danah Boyd ricercatrice sempre dello stesso centro studi.” La parola chiave. Non bisogna diffonderla passivamente perché se improvvisamente sui social gira un termine nuovo è probabile che sia stato messo lì apposta come esca. Una trappola. Un giornalista lo rilancia, la gente fa ricerche su Google e finisce sui siti dei manipolatori che in questo modo propagandano materiale falso e diffamante. L’obbiettivo dei manipolatori sono i giornalisti non gli algoritmi dei motori di ricerca” chiude Boyd. In America negli ultimi 15 anni il 35% dei giornalisti locali ha perso il posto.

Parliamo dell’America. Vero ma internet e l’informazione sono un aspetto universale dell’informazione. Anni fa durante un incontro col direttore della CBS, una grande rete televisiva americana, l’allora direttore dell’ANSA Segio Lepri invitava così alcuni giovani giornalisti:”Ricordatevi che la gente vuole sapere prima di tutto cosa è successo sul pianerottolo di casa sua, poi nella sua scala, poi nel suo palazzo, poi nella sua via, poi nel suo quartiere, nella sua città nella Regione, nel suo Paese e poi nel Mondo. Dalle questioni amorose a quelle economiche, dallo sport alla politica”. Volendo leggere oggi quella lezione sembra quello che accade con i social. Ma il problema non è Facebook, Twitter, Instagram, Wahatsapp e via dicendo, la televisione, la radio o la carta stampata.
La questione è il modo in cui gli organi di informazione vengono usati. E chi li usa. La lettera della Direttrice Annunziata chiarisce – se ancora ce ne fosse bisogno – che c’è sempre una gola profonda che ha interesse nel far uscire una “notizia”. Il classico traditore? Non sempre. Spesso è lo stesso diretto interessato a fare in modo che esca perché così crea un caso “mediatico” contro di lui dal quale può difendersi accusando gli altri di attaccarlo usando mezzi illeciti. Naturalmente non c’è nessun riferimento alla vicenda Casalino della quale per ora nulla è dato sapere. Ma di esempi di persone più o meno note che hanno creato e diffuso una “notizia” per avere i famosi 15 minuti di celebrità sono piene le pagine dei giornali. E dei social.
E’ qui il caso di fare una piccola distinzione tra feke news e junk news. Le prima sono notizie false, le seconde sono notizie spazzatura non false ma del tutto inutili ed irrilevanti. Tecnicamente due cose diverse. Ma in realtà, specie se diffuse ad arte come accennato prima, hanno la stessa funzione: creare confusione; generare disinformazione, allarme, odio.

Quindi il ruolo del giornalismo in tutto questo? Ancora più attenzione, ancora più studio di quelli che sono oggi gli strumenti di informazione e della tecnologia. Ancora più attenzione alle tendenze dei lettori. Ancora più deontologia. Danah Boyd nel suo intervento ad Austin ad un certo punto ha usato un termine che nel mondo di oggi sembra la totale negazione dei social “Rallentare”. Giusto. Confrontarsi con i colleghi, con i propri capi, con chi ne sa di più di questioni inerenti ai nuovi mezzi di comunicazione.

E forse ripensare in modo drastico la carta stampata. Domanda: ha senso che il giorno dopo un avvenimento – da un incontro politico ad una partita di un qualunque sport – sul giornale un lettore trovi la cronaca? Forse no perché fra radio – forse il più sottovalutato tra tutti – la televisione ed internet, di quello che accaduto fra Trump e la Merkel, di quante bombe hanno sganciato su Idlib, di cosa si sono detti al Forum di Davos e di cosa è successo minuto per minuto al Ferraris di Genova, ne sappiamo anche troppo. Magari sul giornale del giorno dopo sarà il caso di trovare le analisi, le riflessioni dei partecipanti agli eventi, i commenti degli esperti. Cioè tutto quello che l’immediatezza non può dare. Ovvero il completamento dell’informazione.

Infine c’è la questione dell’italiano. Essere i primi a dare una notizia vuol dire essere velocissimi a scrivere. Questo vuol dire non curarsi della precisione della scrittura in italiano corretto. Ne sta venendo fuori una vandalizzazione della nostra lingua che sta diventando – specie tra le fasce più giovani e meno istruite – l’italiano corrente. I nomi dei giorni scritti in maiuscolo anche se non sono capolettera, “begnamini”, parole straniere scritte come si prounciano, articoli messi a caso, singolari e plurali senza logica e spesso i verbi usati senza una consecutio temporum. Non sono refusi perché sono così ripetuti e mai corretti che fanno pensare che chi usa questo modo di “vergare” le pagine di internet creda ormai di aver trovato l’idioma del terzo millennio. Cioè l’ignoranza.

Eduardo Lubrano

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