Il caso Skripal va avanti. Scotland Yard lascia filtrare tramite la BBC che l’avvelenamento con il gas dell’ex spia russa Sergej Skripal (66 anni) e di sua figlia Yulia (33) sarebbe avvenuto sulla soglia d’ingresso della loro casa di Salisbury, nella contea inglese del Wiltshire. La sostanza utilizzata è un agente nervino del gruppo Novichok, prodotto in Unione Sovietica negli anni ’70.

Padre e figlia sono stati trovati lo scorso 4 marzo su una panchina fuori da un centro commerciale della città inglese, privi di coscienza, dopo essere usciti per il pranzo. Attualmente sono ricoverati: il padre in condizioni “critiche ma stabili”, la figlia sembra ormai fuori pericolo.

Mettendo in fila reazioni occidentali e controreazioni di Mosca, tesi e contro tesi di esperti e analisti internazionali, dettagli e retroscena, ci troviamo improvvisamente scaraventati in un revival della guerra fredda.

Londra accusa Mosca di aver violato il territorio nazionale, inviando agenti segreti ad assassinare l’ex spia russa espatriata in Inghilterra. Il Cremlino ribatte con sdegno affermando la propria estraneità alla vicenda. L’occidente fa quadrato intorno a Londra. Mosca rilancia suggerendo che l’avvelenamento del suo ex agente segreto sia in realtà opera inglese. Segue il crescendo di mosse e contromosse diplomatiche culminato con la clamorosa espulsione di 143 diplomatici russi da 28 paesi occidentali. Tra questi vi è anche l’Italia, che ne ha espulsi 2. Più dura la reazione di Francia, Germania, Canada e Polonia, che ne hanno espulsi 4 ciascuna. Drastica quella di Ucraina, Gran Bretagna e USA, che ne hanno espulsi rispettivamente 13, 23 e 60. A questa scelta, definita “una rappresaglia”, Mosca risponde annunciando a sua volta l’espulsione di 150 diplomatici di vari paesi dell’area NATO e UE, e la chiusura di fatto del consolato statunitense di San Pietroburgo. Un balletto degno della penna di Tom Clancy.

Il caso Skripal irrompe come un fulmine a ciel sereno in uno scenario globale che, dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca, appariva definitivamente mutato rispetto ai tempi del braccio di ferro tra mondo atlantico e sovietico.

Dopo mesi di Russiagate, di velati messaggi di sostegno di Putin a Trump, di accuse di ingerenze russe sulle presidenziali USA, di relazioni fra membri dello staff di Trump e ambienti del Cremlino, gli USA guidano una massiccia offensiva diplomatica contro Mosca, correndo come e più di tutti in soccorso dell’alleata e prima accusatrice, Theresa May, il premier della Brexit.

Il contrasto stridente delle recenti “larghe intese” tra USA e Russia con questi residui di guerra fredda occupa la scena delle relazioni internazionali. Stiamo assistendo alla parte visibile di una schizofrenia geopolitica che oscilla tra un nuovo ordine mondiale che stenta a iniziare e il vecchio che resiste a oltranza.

MAURO PASQUINI