“Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato”: Michele

E' l'ennesimo, folle gesto di chi ha deciso di non attendere più risposte dalla vita e di non porsi neanche più domande. Michele, trentenne friulano, ha lasciato in una lettera le ragioni che lo hanno spinto al suicidio e le sue parole stanno facendo il giro del web.

"Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.

Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione"- scrive Michele, in un passaggio della lettera, che i genitori hanno deciso di affidare alla stampa, perché il "sacrificio" del ragazzo non resti vano.

Quello di Michele si aggiunge alla lunga lista delle morti dei precari. E' in aumento il numero dei suicidi per lavoro. Nel 2015 ha fatto discutere la notizia secondo cui l'Istat, l'ente che redige statistiche ufficiali dell'Italia, aveva smesso di pubblicare i nuovi dati su questa "piaga sociale"(gli ultimi dati risalgono al 2010). L'unico istituto rimasto a contare queste morti ingiuste è l'Osservatorio Suicidi del Link Lab, il laboratorio di Ricerca Sociale della Link Campus University e l'ultimo dato che ci arriva risale al primo semestre 2016, quando la media dei suicidi subisce un aumento del 20% rispetto al secondo semestre del 2015.

Michele è uno dei trentenni che ha provato a restare a galla finché ha potuto, in questo mare di incertezze che i suoi coetanei conoscono bene. Cresciuti a "pane e sogni", ma senza le risorse né le possibilità di vederli realizzati. Il trentenne di oggi, guardandosi alle spalle, vede un passato roseo, fatto di progetti e obiettivi per poi guardare al suo presente precario appunto e al pugno di mosche che ha in mano.

E ci vuole la lettera di un ragazzo suicida per risvegliare le coscienze, per riaccendere i riflettori su quella fascia d'età in cui, fino a 20 anni fa, si metteva su famiglia, a fatica magari, ma spinti dalla serenità di potercela fare comunque, e in cui oggi invece si patiscono tutte le ambiguità di essere adulti e di non avere nulla di concreto con cui dimostrarlo.

I giovani, quelli che senti citare in continuazione in occasione di conferenze stampa e incontri pubblici per accalappiare qualche voto, nessuno li aiuta più. E per 'aiutare' non si intende ricevere senza mai dare, ma finalmente ricevere. I trentenni di oggi sono preparati- forse anche di più di coloro che sono ai vertici delle grandi aziende del nostro paese, ai grandi banchieri, ai grandi manager- conoscono lingue, conoscono l'estero, capiscono le grandi crisi globali e le sfidano, ma nessuno concede loro un' occasione e se ci riescono, vengono sfruttati proprio per la loro giovane età. Secondo gli ultimi dati Istat, a novembre 2016 il tasso di disoccupazione giovanile è salito al 39,4%: un aumento di 1,8 punti percentuali rispetto al mese precedente che l’ha portato al livello più alto a partire da ottobre 2015. Nello stesso tempo gli occupati sono aumentati di 19mila unità e il tasso di occupazione è stato pari a 57,3%, in aumento di 0,1 punti su ottobre. Una contraddizione solo apparente, che deriva dal calo degli inattivi, cioè le persone che smettono di cercare un lavoro, perché senza speranze.

Gli inattivi tra i 15 e i 64 anni sono calati di 93mila unità su ottobre e di 469mila su novembre 2015. Questo vuol dire che tutti sono alla ricerca di un lavoro, che è finito il tempo di accusare questi giovani "pigri e bamboccioni", il capro espiatorio dei fallimenti degli ultimi governi di questo paese. Valeria Solesin e Giulio Regeni sono diventati il simbolo degli italiani che hanno spiccato il volo e sono l'onore dell'Italia, ma prima della loro morte, l'Italia non li conosceva, non conosceva le loro storie, i loro problemi, la loro vita, come non conosce quelle delle migliaia di giovani del nostro paese, perché nessuno dialoga più con loro.

Michele è morto per tutto questo e chi lo dimentica e preferisce liquidarlo come un 'ragazzo debole' o non vuole vedere o desidera un paese vecchio.

Se vuoi essere aggiornato sulle notizie dei nostri giacimenti culturali scarica l'App per Apple IlJournal.Today qui: