La divisione a sinistra è ancora una volta la migliore assicurazione sulla vita della destra, anzi, delle destre: leghista, grillina, berlusconiana. Puntalmente (e complemetariamente, “diciamo”), chi a sinistra sta minando la formazione di una coalizione che possa fungere da argine all’estremismo destrorso, ha investito tutto sul boicottaggio sistematico del riformismo. Matteo Renzi, il PD e chiunque altro condivida il progetto di un centrosinistra di governo, europeo ed europeista, è oggetto di una raffica incessante di attacchi velenosi, che fanno sghignazzare compiaciuto il tifo tradizionalmente riottoso della curva e godere nei fatti la squadra avversaria.

Ecco un desolante elenco dei più gettonati.

Renzi è divisivo.

Il rignanese non è esattamente un campione di umiltà. Ha commesso errori per carenza di esperienza ed eccesso di autostima. Non ha e non avrà mai sufficiente aplomb istituzionale. Ma il problema è davvero lui? Che dire di una sinistra che da un quarto di secolo procede per scissione binaria come i microrganismi, che si autoghettizza in percentuali a malapena sufficienti per la testimonianza, che e a ogni legislatura cambia nome e simbolo come un teenager la cover dello smartphone?

E poi, tronfia e irredente, si “spocchia” (e non è un refuso) nella propria tragicomica autoreferenzialità? Una siffatta sinistra sarebbe inclusiva, unificante e soprattutto di buon esempio per le giovani generazioni?

Il PD tira la volata alla destra (I)

Chi invece, molto prima dell’arrivo dell’attuale gruppo dirigente, ha consentito per un ventennio la penetrazione culturale del berlusconismo, del leghismo e del loro emulo digitale, il M5S, fino a perdere quasi del tutto il voto operaio, quale contributo avrebbe dato alle magnifiche sorti e progressive della sinistra?

Il PD tira la volata alla destra (II)

E i tanti piccoli leader che da sinistra manifestavano contro l’allora premier Romano Prodi un giorno sì e l’altro pure, e facevano gli ospiti fissi della TV del biscione in funzione anti-prodiana?E quelli che oggi ripetono in blocco questo schema dopo che Renzi è diventato segretario del PD? Tutti costoro che contributo hanno dato e stanno dando al contenimento della destra populista e regressiva?

Renzi ha introdotto la personalizzazione a sinistra

Quei leader che perdono le primarie e poi scappano (vedi caso Liguria), oppure scappano prima delle primarie, consapevoli che il voto avrebbe certificato una schiacciante sconfitta, quale spirito di squadra e quale visione pluralistica della politica hanno dimostrato?

Il PD fa una politica di destra

Certo compagni! Come le unioni civili, lo ius soli temperato, la legge sul “dopo di noi”, il divorzio breve, gli 80 euro a 11 milioni di italiani e per i lavoratori del comparto sicurezza (che tutti deprecano ma che nessuno però promette di togliere), la reintroduzione del falso in bilancio, l’introduzione del reato ambientale, l’introduzione del reato di depistaggio, il bonus bebè, il bonus cultura per i diciottenni, la legge contro il caporalato?

Compagni, che sinistra è quella che vede un nemico da eliminare in chi realizza progetti di sinistra per troppo tempo rimasti sulla carta?Più dignitoso sarebbe ammettere “ragazzi, ci abbiamo provato e non ce l’abbiamo fatta. Menomale che altri sono riusciti a fare almeno qualcosa”.

Senza la rimozione di questi steccati mentali il dialogo non potrà mai esistere. La sinistra-sinistra potrà fare la vittima, additare in eterno Matteo Renzi come colui che ha sbattuto la porta in faccia al loro ultimo, sofferto slancio unitario; può fare la prezzemolina brontolante nelle passerelle dei talkshow; ma nessuno, a parte gli ultras, crederà mai a questa infantile narrazione.E quando tra un supercazzola e l’altra parlate di militanti ed elettori delusi che se vanno, pensate un po’ anche ai vostri, che non sono mai arrivati.

Quanto al refrain “e allora Alfano?” o “e allora Verdini?”, è bene ricordare alcune cose.

L’Angelino Alfano dei governi Renzi/Gentiloni è lo stesso che ha consentito a Enrico Letta di governare quando Berlusconi, nel 2013, ordinò a Forza Italia di uscire dal governo di larghe intese e dalla maggioranza. Notare bene il precedente: maggioranza e governo di larghe intese PD-Forza Italia. Già fatto, nel 2013, dopo la “non-vittoria” del PD bersaniano. Di quel Bersani che oggi, con linguaggio da statista, parla di Renzi che dovrebbe “cadere dal triciclo”, ma che quando era lui ad essere in sella ha prima ravvivato un Berlusconi moribondo nei sondaggi e poi si è fatto umiliare in streaming addiritura dai grillini Vito Crimi e Roberta Lombardi, nel tentativo disperato di non perdere il suo ultimo treno per Palazzo Chigi.

Matteo Renzi all’epoca era sindaco di Firenze e nient’altro.

Mentre il vituperato Denis Verdini è lo stesso Verdini che ha consentito di arrivare in fondo alla legge sulle unioni civili. Il fine giustifica i grezzi. Ora, dopo averlo tirato per la giacca per mesi, nell’elenco dei cattivi è finito anche Romano Prodi. Qualche giorno fa il Professore, che con Renzi non è mai stato tenero (anzi!) ha fatto le seguenti affermazioni parlando di Liberi e Uguali: «Liberi e Uguali non è per l’unità del centrosinistra. Punto». Mentre, ha aggiunto Prodi proseguendo nella risposta, «Renzi, il gruppo che gli sta attorno, il Pd e chi ha fatto gli accordi con il Pd sono per l’unità del centrosinistra». Prodi ha poi affermato che sosterrà il centrosinistra

Ed ecco che, Pietro Grasso, quello che avrebbe voluto dare un premio a Berlusconi per la lotta alla mafia, definisce le parole di Prodi su Liberi e Uguali nientemeno che “fake news”. Massimo D’Alema, sempre lui, quello che tra le varie cose ha fallito con Berlusconi l’impresa della bicamerale, schernisce velatamente il Professore affermando che spesso i suoi appelli cadono nel vuoto. Lo fa riferendosi alla netta sconfitta del SI nel referendum del 4 dicembre 2016 (Prodi si era pronunciato per il SI), dove ad aver vinto è stato un fronte conservatore che ha rappresentato le larghe intese più ampie della storia repubblicana: da Casa Pound all’ANCI, da Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni a Sinistra Italiana del buon Fassina, quest’ultimo già in grande sintonia col compagno di governo Renato Brunetta nel 2013, oggi con l’economista antieuro Alberto Bagnai, candidato per la Lega di Salvini alle prossime politiche. Facevano parte del vincente fronte del NO lo stesso Berlusconi, lo stesso Salvini, nonché il M5S.

Ora che Prodi ha dato ufficialmente il suo appoggio al centrosinistra (poteva essere diversamente?), lo si può attaccare finalmente alla luce del sole.

Basta prendersi la briga di dare un’occhiata ai commenti sui social per vedere l’ondata di odio, di nervosa derisione o di acido disconoscimento che si è scatenata verso di lui da parte di molti sostenitori della nuova creatura elettorale dalemiana.

Davanti a tutto questo è difficile resistere alla tentazione di ritenere che, in fondo, quello che non viene perdonato al Professore è di aver inventato, lui e non altri, il centrosinistra; e ancora di più di aver sconfitto, due volte su due, Silvio Berlusconi, unico core business dei tanti che nel brandire la loro presunta purezza, hanno trovato nella comoda opposizione a parole al padrone del centrodestra un’insperata, golosissima identificazione. C’è una sorta di nostalgia filiale in tutto questo. D’altra parte, la persistenza di un centrodestra forte nel consenso, per molti generali senza esercito della gauche de noantri è un’irripetibile promessa di sopravvivenza in politica e di visibilità nei salottini televisivi. Lo abbiamo visto nel 1998 e nel 2008. Lo stiamo vedendo oggi.

Questa è stata una legislatura che ha incrementato enormemente i diritti civili e che ha rimesso il paese in carreggiata. Ma i capi delle numerose sinistre di (auto)rappresentanza, riuniti da D’Alema contro il PD e solo contro il PD, “benaltreggiano” o fanno finta di nulla, con guardinga nonchalance. Mentre tra i loro sostenitori, basta fare un giro nel magico mondo del web, si arriva a rispondere“tremontianamente”che con i diritti non si mangia.

Ma oltre all’idignazione e al disprezzo d’ufficio verso il PD e a tante intenzioni buone quanto evanescenti, uno straccio di idea del paese ce la faranno avere? Oppure l’appiattimento verso il grillismo impone anche un ondivago silenzio stampa sui programmi?

Davvero, basta parlare di tafazzismo della sinistra anti-PD! Trattassi di consapevole strategia di sopravvivenza. Altro che ideali da difendere, altro che “elettori nel bosco” da recuperare, come va dicendo da una telecamera all’altra il sedicente smacchiatore di giaguari, il quale, sigaro in bocca e proverbio sempre pronto, riesce a vedere nel partito/fun club di Grillo “il nuovo centro moderato”.

Ma la parabola discendente e disfattista di questi duri e puri si era palesata definitivamente nella scelta di “piazza del Pantheon”, nello scorso ottobre 2017, quale arena dove combattere in difesa nientemeno che della democrazia.

La location era inappuntabile. Una piccola piazza del centro storico di Roma, tra le più famose al mondo, eternamente piena di turisti. Una scenografia che strega chiunque vi si trovi a passare, per il contrasto tra intimità e grandezza: l’intimità di un piccolo spazio sovrastato dalla grandezza di una storia millenaria di civilizzazione.

Furenti e pugnaci, fuoriusciti dal PD ed esponenti dei restanti microcosmi della sedicente vera sinistra, sotto la tutela del pasionario dell’ultim’ora, ancora Massimo D’Alema, hanno chiamato il popolo a manifestare in difesa della democrazia, messa in pericolo dal famigerato Rosatellum, in quegli stessi minuti al vaglio della questione di fiducia.

Risultato: un mood da apericena malriuscito. Qualche centinaio di persone (un po’ pochine anche per una piccola piazza), nostalgia di circostanza, svogliato recupero di terminologie alla naftalina, malcelato spaesamento.

L’unico sussulto era arrivato con la new entry Anna Falcone (al tempo ancora in tandem con Tomaso Montanari) la quale, alzando il tono della voce era riuscita, inaspettatamente, nell’impresa memorabile di aizzare gli astanti contro Renzi. Eh sì, Renzi. Renzi, Renzi e solo Renzi. Chi l’avrebbe mai detto?

Niente di che alla fine. Se non fosse per il fatto che a quella protesta di piazza e di popolo mancava sia la piazza che il popolo. Quando il vecchio PCI lottava per tentare di condizionare l’operato dei governi democristiani in senso favorevole al proprio elettorato, reclutava centinaia di migliaia di persone, facendo straripare Piazza San Giovanni. Quella era una piazza, quello era un popolo. Vabbè, i tempi cambiano. Allora c’era Berlinguer, ora c’è Frantoianni. Touché. Ma stando così le cose, sarebbe bene adeguare termini, pose e prosopopea. E invece nulla. Si continua a pontificare sulla delusione dei militanti altrui, sulla distanza fra istituzioni e popolazione, poi però si cerca disperatamente di mimetizzare la propria abissale distanza dalla gente scegliendo una piccola piazza, per improvvisare un palchetto a favore di telecamera, fra turisti, qualche spritz e antiche bellezze architettoniche. Troppo poco compagni!

E poi l’altro aspetto, questo sì davvero grave. Il ricorso irresponsabile all’allarme democratico. Sostenere che la democrazia è stata violentata da un voto di fiducia, previsto dalla Costituzione, qualunque cosa si pensi della legge in oggetto, significa affermare il falso, fomentare l’odio e alimentare l’ignoranza.Falsità, odio e ignoranza. Esattamente i tre ingredienti con cui si costruiscono le dittature, quelle vere, non quelle fantomatiche contro le quali questi eroi dallo scranno blindato si dipingono perennemente in lotta, salvo poi sbaraccare quando ormai s’è fatta ‘na certa.

Mauro Pasquini